Arresti e condanne facili, al cittadino conviene davvero? E se ti arrestassero ingiustamente?

In questo periodo storico il dibattito sulle garanzie processuali è molto acceso. Il professore Vittorio Manes è intervenuto sul tema facendo grande chiarezza in termini di filosofia del diritto e su come il diritto si stia trasformando. Le previsioni non sono affatto rassicuranti.

Sarebbe un grande errore ritenere l’argomento un fatto da esperti del diritto. Le garanzie processuali sono uno degli elementi fondamentali del convivere civile quotidiano.

Lo spirito che governa questi tempi è quello del perseguire a tutti i costi chi delinque. C’è un sentimento diffuso secondo il quale chi viola la legge non è sufficientemente perseguito. I cittadini lamentano in maniera crescente una mancanza di certezza della pena.

Per riassumere la questione in poche parole: le garanzie processuali sono ormai comunemente individuate come le principali responsabili di un presunto aumento del crimine. Di fatto, queste norme e queste procedure stanno là a tutelare il cittadino dall’abuso di potere, dall’errore giudiziario, dal sopruso e sono tese a una visione del diritto come strumento di limite al potere.

I numeri delle procure ci dicono che la situazione del crimine in Italia tende ormai da tempo a migliorare ogni anno. Ci sono, in effetti, sempre meno violazioni della legge.

Eppure la maggior parte delle persone pare fermamente convinta che il crimine sia in costante aumento. Ciò porta a maturare un’opinione diffusa di tipo emergenziale, che solitamente rappresenta un pericolo per l’amministrazione sana di uno degli snodi principali di uno Stato: la giustizia.

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In verità la faccenda è complicata. La magistratura dovrebbe essere solo l’estrema misura di intervento. Per ottenere una società che delinque poco non servono maggiori pene. Una società sana è il frutto di un concerto di misure articolate. Deve funzionare la scuola, la cultura, la prevenzione. L’idea semplicistica invece è quella di affidare la formazione di una società virtuosa, responsabile, adulta e consapevole alla magistratura, caricando la giustizia di un peso che non può sostenere, di una funzione per la quale non è portata. In questo modo si pensa di slegare il potere della magistratura da vincoli e lacci. Ma così non funziona. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono pene severissime, carcere duro, pena di morte, scarse tutele eppure hanno un tasso di criminalità da far impallidire qualunque Stato europeo. Pare proprio che non è attaccando le garanzie processuali che si combatte il crimine.

In molti quando pensano ad una garanzia processuale immaginano uno scenario in cui da una parte ci sono loro stessi, cioè i danneggiati, e dall’altra il presunto delinquente che viene tutelato da assurde norme di garanzie, grazie alle quali l’inquisito può sfuggire alla pena, negando al danneggiato la soddisfazione di vederlo punito.

Noi invece invitiamo il lettore a rappresentarsi questa circostanza da un altro punto di vista. Può infatti capitare di essere inquisiti ingiustamente per un crimine non commesso e diventare, dunque, una facile vittima di un errore giudiziario, o di un caso di malagiustizia, o comunque di un abuso di potere.

Ecco, se ognuno pensasse per un attimo di poter essere proprio la vittima dell’esempio, forse riusciremmo a rientrare in un buon senso generale tale da poter giudicare serenamente le garanzie processuali.

Ogni cittadino dovrebbe maturare l’idea che peggio di non veder punito qualcuno che ti ha fatto danno c’è solo l’esser puniti e magari ricevere una condanna sproporzionata al reato commesso o addirittura una pena per un crimine mai commesso.

Le tutele e le garanzie processuali non sono la causa dei crimini, ma la protezione di cui ogni cittadino, infinitamente piccolo di fronte alla macchina dello Stato, dispone a sua tutela.

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